Il ragionier Brambilla e la machine translation

Il ragionier Brambilla e la machine translationIl ragionier Brambilla e la machine translation
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Di: Mario Spoto

«Pronto? Siete voi quelli del Traduttore Automatico?»

«Buongiorno, sono il responsabile dei prodotti di traduzione automatica. Sì, abbiamo diversi prodotti di traduzione automatica…»

«Sono il ragionier Brambilla della ditta Brambilla. Volevo sapere se il vostro traduttore automatico può risolvermi questo problema: ho qui in azienda una signora che mi traduce i contratti con l’estero. Se compro il vostro traduttore automatico, posso fare a meno di lei? Perché sa, mi costa…»

Ovviamente il ragionier Brambilla dovrà continuare a servirsi della signora e il suo sogno di sostituirla con un prodotto di tipo consumer dal costo inferiore ai 100,00 euro è destinato a rimanere tale.

Questa conversazione, peraltro abbastanza frequente, è esemplificativa dell’approccio di molte aziende alla traduzione. Anche in aziende più grandi della “ditta Brambilla”,  con le dovute proporzioni per il fattore di scala, la sostanza non cambia: può questa nuova pietra filosofale della quale adesso si parla tanto, e che Google ha portato a conoscenza e a disposizione di tutti, risolvere i miei problemi di traduzione abbattendo i relativi costi? In fondo il mio core business è quello di fabbricare e vendere componenti elettronici, macchine industriali, motori fuoribordo per motoscafi. Perché, soprattutto in un momento di crisi, non dovrei cercare di ridurre o eliminare un costo “accessorio”?

L’azienda per la quale lavoro è entrata nel mondo della traduzione in modo singolare .

La necessità di provare su materiale di produzione il sistema di traduzione automatica che stavamo sviluppando per conto di una grande azienda, ci portò, più di 15 anni fa, ad adottare un workflow che prevedeva fin dall’inizio un sistema integrato tra strumenti di traduzione assistita e traduzione automatica. A distanza di tempo fa sorridere la diffidenza, a volte aperta ostilità, che accompagnava le presentazioni fatte in ambito universitario, nelle quali illustravo il nostro approccio alla traduzione: «il traduttore che ha studiato sono io e nessun strumento saprà fare meglio di me; per esempio, fammi vedere come il tuo traduttore traduce la frase “vado a pesca mangiando una pesca”» (in effetti, i manuali tecnici sono pieni di riferimenti ai pescatori e alle loro abitudini alimentari).

In ambito aziendale, le stesse presentazioni erano accolte da un misto di interesse e scetticismo. Con l’introduzione degli strumenti di traduzione assistita ancora da metabolizzare, e i conseguenti sconvolgimenti nel rapporto con i traduttori freelance, “costretti” ad abbandonare il familiare ambiente di editing e a dover gestire griglie tariffarie, memorie di traduzione ecc., la machine translation richiedeva un impegno eccessivo a fronte di ritorni incerti e difficilmente quantificabili, almeno rispetto, per esempio, alla sostanziale semplicità di lettura dei report degli strumenti CAT.

Con il tempo, però, le cose sono cambiate: negli ultimi anni, sempre con il solito obiettivo del ragionier Brambilla (ridurre i costi e, soprattutto per le grandi aziende, ridurre il time-to-market dei prodotti), numerose aziende hanno deciso di introdurre la machine translation nel processo di traduzione dei contenuti aziendali, dapprima in modo abbastanza dilettantistico, successivamente in modo più organico.

Non è mia intenzione, in quest’articolo, affrontare in dettaglio le best practice tecniche e organizzative per una corretta introduzione della machine translation nella gestione dei contenuti aziendali. Vorrei invece esaminare un aspetto che ha e avrà sempre più un impatto notevole nel lavoro del traduttore: come l’introduzione della machine translation si riflette nel compenso che il traduttore riceve per il lavoro fatto.

Le tariffe

Parlando di tariffe, dalla fine del 2001, l’andamento generale nel mondo della traduzione ha visto una riduzione generalizzata. Le richieste di sconti su volumi o di riduzione delle tariffe praticate sono diventate sempre più frequenti. Accordi appena conclusi venivano spesso annullati, per avviare una nuova fase di rinegoziazione al ribasso. In questo scenario è più che lecito domandarsi se il ricorso alla machine translation non sia un semplicemente un altro modo per ridurre ulteriormente i costi a scapito di chi traduce, dopo aver toccato in molti casi il minimo fisiologico in termini di tariffe per il lavoro di traduzione “convenzionale”.

Per il traduttore, la riduzione del compenso per unità di misura è realmente equilibrata da un aumento di produttività che la giustifichi e la renda accettabile?

In un qualsiasi processo industriale che preveda una lavorazione per conto terzi ci domanderemmo: il semilavorato che mi hai fornito è tale da permettermi, grazie alle mie competenze, alla mia esperienza e ai macchinari di cui dispongo, di ottenere un guadagno di costo per lavorazione del singolo pezzo ecc., in termini di pezzi lavorati per unità di tempo?

In un processo di traduzione, è necessario assumere lo stesso atteggiamento e, in base alle risposte che otterremo, comprendere come calcolare i nostri costi di produzione e definire il compenso per il lavoro svolto.

Per esser chiari, la mia opinione è: la corretta e vincente strategia per l’introduzione della machine translation nel processo di traduzione deve prevedere come obiettivo un risultato di tipo win-win per tutti i soggetti coinvolti.

Dopo un necessario periodo di rodaggio legato all’adattamento alle modifiche introdotte, l’adozione della machine translation deve poter apportare dei vantaggi a tutte le parti interessate: le aziende dovranno ottenere un contenimento dei costi o un aumento dei contenuti tradotti a parità di costi e, movendosi lungo la filiera, questo vantaggio si dovrà trasmettere fino al traduttore.

Perché questo possa accadere e tutti possano vivere felici e contenti (obiettivo ancora da raggiungere in tantissimi casi), l’introduzione della machine translation deve essere frutto di un processo ben ponderato e pianificato, nel quale vengano presi in considerazione e analizzati tutti gli elementi necessari per l’ottenimento del risultato desiderato. Non è possibile, infatti, pensare di introdurre la machine translation semplicemente aggiungendo un “modulo per la conversione di lingua dei termini” in un qualsiasi momento tra la fase di stesura dei contenuti aziendali e la fase di traduzione.

Che la machine translation sia implementata dal “proprietario dei contenuti” o da un intermediario del processo (MLV, SLV ecc.) o che si ricorra alla collaborazione tra committente e intermediario, è necessario esaminare una serie di fattori e, di conseguenza, decidere e adottare delle strategie per la gestione di essi.

Dal punto di vista del committente (sia esso il produttore dei contenuti o un intermediario), occorre verificare la reale possibilità di usare la machine translation sul materiale da tradurre e quella di intervenire sui contenuti e i formati durante la fase di stesura, per poter apportare eventuali modifiche correttive:

  • tipologia dei contenuti: quali dei miei contenuti sono adatti alla machine translation? La mia produzione è prevalentemente costituita da contenuti di tipo creativo oppure i miei prodotti sono accompagnati da notevoli quantità di contenuti esplicativi (manuali per utenti o amministratori, guide in linea, knowledge base per assistenza ecc.)?
  • possibilità di intervenire nella fase di stesura dei contenuti: quale possibilità ho di intervenire sul processo di scrittura dei contenuti per apportare modifiche che permettano di ottenere risultati migliori se utilizzo un sistema di machine translation (ad esempio, utilizzo di linguaggi controllati)?
  • formato dei contenuti: quali sono i formati utilizzati per i file e quali difficoltà si rilevano nel loro utilizzo con gli strumenti di traduzione e di gestione del workflow disponibili sul mercato?

Sarà necessario svolgere o commissionare anche delle analisi per verificare gli aspetti tecnici relativi alla machine translation:

  • disponibilità di sistemi di traduzione automatica per le coppie di lingue interessate;
  • tipologia dei sistemi esistenti (a regole/statistici);
  • disponibilità di corpora paralleli di riferimento per l’addestramento dei sistemi statistici;
  • disponibilità di glossari specifici da usare nei sistemi a regole o per la definizione di eventuali “n-grammi” nei sistemi statistici.

Infine, è bene che l’introduzione della machine translation sia preceduta dallo svolgimento di progetti pilota di piccole o medie dimensioni prima del passaggio a regime.

Per quanto riguarda il traduttore, i punti fondamentali sono comprendere se la traduzione di testi pre-tradotti con un sistema di machine translation comporti un reale vantaggio in termini di produttività e, in caso affermativo, essere in grado di misurare l’aumento di produttività, per definire le tariffe da adottare per questa tipologia di lavori.

Per valutare la produttività il traduttore deve avere ben chiare le aspettative di qualità del committente. Se questo è in generale vero per qualsiasi lavoro, diventa ancora più importante in un processo di traduzione in cui sia stata introdotta la machine translation. In certi casi, infatti, il committente si aspetta una semplice revisione dell’output, che permetta di comprenderne il significato senza necessariamente apportare correzioni o miglioramenti di carattere esclusivamente stilistico. In altri casi, invece, potrebbe essere richiesto un prodotto finale con traduzione non distinguibile da una traduzione completamente “umana”.

È quindi assolutamente necessario fornire al traduttore delle linee guida nelle quali siano specificate le aspettative di qualità e il tipo di lavoro richiesto.

Ovviamente, sarà indispensabile disporre di campioni significativi del testo da rivedere, per poter effettuare delle simulazioni o delle misurazioni della produttività effettiva utili a definire una tariffa che tenga conto di questo incremento. Mai come in questo caso è veramente necessario veder camminare per poter valutare il tempo necessario a raggiungere la meta.

Grazie a linee guida chiare e a campioni di traduzione, il traduttore sarà quindi in grado di valutare, in modo empirico, la propria produttività e definire le proprie tariffe per questo tipo di attività in base all’incremento di produttività misurato.

Volendo fare un semplice esempio numerico e puntando sempre su un approccio win-win, se si misura un incremento di produttività del 20% (2400 parole tradotte al giorno invece di 2000 – a parità di qualità dell’output) sarebbe possibile applicare una riduzione del 10% che permetterebbe alle due parti di ottenere un guadagno complessivo.

Naturalmente, nelle considerazioni precedenti ho valutato una situazione che, a mio parere, dovrebbe essere standard, nella quale è il traduttore che calcola e definisce le proprie tariffe (fatta salva la possibilità di una fase di contrattazione). Non sempre questo avviene e spesso, nel rapporto con i traduttori, i committenti tendono a stabilire (se non imporre) sia il prezzo dei servizi standard di traduzione sia le eventuali percentuali di riduzioni da applicare in caso di utilizzo di machine translation.

In questo caso, per il traduttore, oltre alle misurazioni di tipo empirico per la valutazione della propria produttività, diventa importante avere la capacità di valutare l’output della machine translation usando almeno uno dei sistemi appositi, come BLEU (Bilingual Evaluation Understudy) o METEOR. In questo modo, sarà possibile disporre di dati numerici obiettivi da usare come base di discussione nella definizione delle tariffe.

Considerazione finale: quale  risposta avrei dovuto dare al ragionier Brambilla?

«Può comprare il traduttore automatico e farlo usare alla signora, ma non potrà fare a meno di lei, anche se avrà più tempo per dedicarsi ad altri incarichi».

 

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